• Carrie, carriere e web writing

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    Credevo fosse Carrie Bradshaw invece Carrie White: la carriera nel web writing, tra frivolezza e senso di oppressione

    Qua sotto no, c’è scritto “vendo parole per il web”: che tanto ormai è la banalità delle banalità su “ma che fai Carrie Bradshaw?” mi ma’ che non sa pronunciare copyainternet, e “trovami il nome per il gruppo, oh su sta cosa ci devi troppo fare un articolo! Ma ti pagano per i likez?”

    Che poi a me m’è sempre piaciuta Samantha Puttanon De Puttanoni,  primo perché è un fiero puttanone, secondo perché fa le PR. C’ha le bazze e non ce li ha i problemi di Carrie. E’ sempre splendida.

    Comunque Carrie fa tanto la problematica ma:

    1) bene o male ha la collaborazione fissa con il New York Star e non mi sembra che si arrovelli più di tanto

    2) quando va a lavorare per Vogue la pagano 4 dollari a parola per scrivere di borsette, ma non  di quelle a 10 euro dai cinesi. Fatevi due conti e valutate se si è ha mai raschiato il fondo “content marketplace”.

    Ma la cosa più bella è che Carrie non si deve confrontare con i colleghi o aspiranti tali: 6 stagioni e mai un rosico. L’unico scontro ce l’ha con quel fidanzato che vende meno di lei, quello che la lascia con un post it.

    Post it

    I’m sorry, I can’t, don’t hate me.

    Anzi no, la cosa più bella è che Carrie scrive per la carta stampata: si parla di internet sì, ma non esiste la versione online di Sex and The City, la pagina Facebook, segui Carrie su Twitter… 

    Carrie non legge mai un articolo di qualche suo simile più pensando “ma questo è un coglione!”: è impossibile che il pensiero la sfiori, nonostante le sue insicurezze. Ma soprattutto può ignorare i lettori che le danno della cogliona.  Perché? Perché il web ancora non aveva tutta ‘sta importanza. 

    Commento VOGUE

    Come gestirebbe Carrie Bradhshaw i commenti negativi?

    E quindi può tranquillamente permettersi di ignorare anche il confronto con quella che possiamo definire la concorrenza: impossibile che Carrie si trovi mai in una condizione di stress tale da smattare come l’unica vera Carrie che può essermi di ispirazione. Carrie White. (Anche conosciuta come Lo sguardo di Satana). 

    E’ davvero un peccato che in ben due film la figura di questa adolescente sotto pressione sia stata così tanto sminuita da farla sembrare solo una vendicativa schizoide a cui “mancava solo tanto così per essere normale”.

    Il romanzo di Stephen King è tutt’altro: in un periodo in cui si fa tanto parlare di bullismo e cyberbullismo andrebbe sicuramente istituito come testo scolastico, e non per far capire che una vittima può diventare il più spietato dei carnefici, ma proprio per comprendere che alterare la propria indole per assecondare le pressioni esterne può portare a risultati catastrofici

    Cosa c’entra questo col “la mia carriera sul web”? 

    Se siamo colleghi nel profondo dovreste averlo capito: di articoli su fuffa, fuffaroli, arrivismo e spregiudicatezza nel nostro mestiere ne leggiamo di continuo ed è veramente difficile trovare quella linea di separazione che fa degli autori dei furbacchioni o dei premi Nobel per l’empatia.

    Dovremmo essere assertivi, empatici, creativi, brillanti, attenti, studiosi, stakanovisti… e probabilmente sempre giovani ma col portafoglio e il portfolio di Piersilvio Berlusconi! 

    Beh, molte di queste qualità encomiabili a poco servono quando si devono macinare testi su testi per vendere quelle che sono sostanzialmente delle cinesate.

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    Per quanto il team di Ceres possa essere super simpa molto probabilmente sarà la Finkbrau a ricordarvi l’emozione della prima vomitata alcolica perché le emozioni, quelle vere, non sono manipolabili dai markettari, anche se questi sono dei geni della simpatia. 

    E sarebbe anche ora di dare una ridimensionata al potere emotivo che diamo a ‘ste geniali pugnette!

    #JobFair is the new #ArbeitMachtFrei

    Oggi ho visto l’hashtag #JobFair suTwitter e ho deciso che va bene, lo pubblico ‘sto post sulle CarrieRE nel web writing.

    Volevano farci credere che cercare lavoro sia divertentissimo se si segue l’hashtag #JobFai: ma quello che ho letto, spulciando tra i tweet dei miei simili, era tutto un calarsi le braghe su quello che dovrebbe essere il lavoro da sogno, soprattutto se si parla del settore digitale.

    La divertente insicurezza del creativo con la paghetta fissa del markettaro.         

    Tra “qualsiasi lavoro purché serio” e “il lavoro dei sogni” non dovrebbe passare un po’ di esame di coscienza, di sottile titubanza, molta croce e un po’ di delizia che sicuramente non sarà per tutti?

    Davvero una cosa così emotivamente coinvolgente come la ricerca del lavoro può essere sdoganata così? Con una specie di giveaway dove vince il più brillante?

    Quello che mi chiedo, sinceramente, è perché si voglia rendere trendy qualcosa che comunque riguarda la sfera intima della persona: il lavoro mi serve, come la mia dignità e non credo sia obbligatorio sapersi vendere bene utilizzando le stesse tecniche che si utilizzano per i prodotti sulle persone. Perché mai dovrei cercare a tutti i costi di attirare l’attenzione con un tweet in mezzo a migliaia di altri uccellini pigolanti? 

    Non ho mai partecipato a uno speed date perché la ritengo una cosa da sfigati: amore e lavoro non possono essere una cosa da sfigati, anche se oggi  per troppi funziona così. Il fatto che lavori col web mi rende pronta ad accettare ogni simpatica novità fatta per arricchire gli altri e non me? Ovvio che no.

    Ho twittato questo brano con l’hashtag #JobFair: ho meritato un cuoricino da un’agenzia che nella sua bio parla di meritocrazia. Il sistema funziona!

    Probabilmente continuerò ad occuparmi di cinesate con le due Carrie, e va bene così. Qua sotto no, c’è scritto “vendo parole per il web”, non mi vendo sul web. 

    #TheGustiBus

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    lo gustano tutti!* 

    come se fosse pollo al curry

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    Sonia Calamiello

    Appassionata di comunicazione, curiosa sempre, con una leggera tendenza alla tuttologia. Vendo parole, ma il blog è gratis per tutti.

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